
Entro in questo “ufficio” — lo chiamano così, ma sembra più un acquario triste con le pareti color beige rassegnato — e mi accorgo subito che l’aria è pesante. Non per il lavoro: per l’idiozia. È proprio nell’aria, come l’umidità a novembre.
Il capo ufficio, che si presenta come Germano, mi accoglie con un sorriso che sembra un errore di rendering. Mi stringe la mano come se stesse testando un joystick difettoso.
«Allora, Cristiano, tu fai… siti internet, giusto» dice. Non è una domanda. È un sospetto.
Annuisco. Lui si illumina come se avesse appena risolto un rebus da settimana enigmistica: “IL GATTO”. «Perfetto. Qui abbiamo bisogno di uno che sappia usare il computer.»
Lo dice con la stessa intonazione con cui un esploratore del Settecento avrebbe detto: “Qui ci serve uno che sappia parlare con gli spiriti della foresta”.
Mi porta alla mia “postazione”: un tavolo traballante, un monitor che sembra sopravvissuto a due guerre e un mouse che ha deciso di morire ma non ha avuto il coraggio di comunicarlo.
«Qui facciamo innovazione digitale» aggiunge, gonfiando il petto. Sul muro dietro di lui c’è un poster con scritto: “DIGITALIZZARE IL FUTURO”, stampato in Comic Sans. Comic. Sans.
Mi siedo. Lui resta in piedi, a guardarmi lavorare. Non dice niente. Respira forte. Ogni tanto fa un “mh”. È come avere un bovino curioso appoggiato sulla spalla.
«Cristiano, fammi vedere come fai un sito» dice a un certo punto. Apre un file Word. Word. E mi chiede di “mettere il sito lì dentro”.
Io lo guardo. Lui mi guarda. C’è un momento di silenzio che potrebbe essere studiato nei corsi di antropologia.
«Intendo… il progetto» corregge. Non è vero. Non sa cosa intende.
Mi alzo, gli sorrido, e gli dico: «Germano, prima di tutto dobbiamo capire gli obiettivi». Lui annuisce con entusiasmo, come se avessi appena detto qualcosa di profondissimo.
«Esatto! Gli obiettivi! E poi… il target.»
Non sa cosa sia il target. Lo dice come si direbbe “il tartaro”.
Passo la giornata così: io che cerco di lavorare, lui che gira per l’ufficio come un Roomba difettoso, urtando scrivanie, facendo domande inutili, e ogni tanto proclamando frasi tipo: «Qui dobbiamo fare squadra!» Siamo in due.
Quando esco, mi sento leggero. L’aria di fuori è fresca, pulita, priva di Germano. Mi accendo una sigaretta e penso che sì, disegnare siti è bello, ma sopravvivere ai capi ufficio idioti è un’arte. E io, oggi, l’ho praticata con una certa eleganza.