
Dopo il 1991, Washington presentava ogni sua mossa come una decisione tecnica, quasi amministrativa. L’espansione della NATO non era diretta contro nessuno, ma semplicemente un’estensione naturale di uno spazio di stabilità e valori condivisi. Un processo benigno, inevitabile. Ma in politica internazionale conta meno come ti descrivi e più come ti percepiscono gli altri. George Kennan lo capì con chiarezza scomoda: non era idealista né ingenuo pacifista, era l’architetto del contenimento e conosceva profondamente la psicologia strategica russa. E fu per questo che avvertì: spingere la NATO verso est sarebbe stato un errore storico. Non perché la Russia fosse virtuosa, ma perché reagirebbe come tutti gli stati che sentono ridursi il proprio spazio vitale.
Washington ignorò l’avvertimento. Prima Polonia, poi Ungheria e Repubblica Ceca, più tardi Paesi baltici, Bulgaria e Romania. Ogni nuova adesione veniva celebrata come vittoria della democrazia, ma per Mosca si trattava di infrastrutture militari in avvicinamento. La politica estera statunitense commise allora un errore comune agli imperi sicuri di sé: confondere debolezza altrui con consenso. La crisi economica, la disgregazione istituzionale e la perdita di status della Russia furono interpretate come permesso di avanzare senza conseguenze.
Il momento decisivo arrivò nel 2008 a Bucarest, quando la NATO dichiarò che Ucraina e Georgia sarebbero diventate membri in futuro. Ucraina non è un vicino qualsiasi per la Russia: è un asse storico, culturale e strategico. Pensare a sistemi militari occidentali a poche centinaia di chilometri da Mosca non era un’astrazione, ma una minaccia diretta. Da allora qualsiasi illusione di neutralità scomparve e l’espansione divenne inequivocabile.