
La celebre battuta “Senti st’olive, so’ greche…” non era scritta nel copione.
È nata sul set grazie a Mario Brega, che giocando con il personaggio iniziò a offrire olive e prodotti al collega.
Nei racconti dietro le quinte si vocifera che Brega andasse spesso con cassette di frutta e verdura da amici (incluso il regista Sergio Leone), mostrando i prodotti e commentandoli a voce alta.
L’idea di far “assaggiare obbligatoriamente” e sentenziare su olive e prosciutti era proprio sua, quindi.
Sia l’assaggio forzato, sia il racconto che segue sulla passeggiata di via Veneto, sono momenti seri che non volevano strappare forzatamente la risata dello spettatore, ma servivano a rendere l’idea del personaggio di Augusto, severo e autoritario.
Lo stesso Verdone racconta (in un podcast che vi consiglio: Tintoria) che la scena e diventata inaspettatamente cult ed è rimasta nell’immaginario collettivo come momento comico più alto del film.
Questa è la genialità del regista, per me: tenere una scena apparentemente lenta e senza “la battuta” sicura che cattura lo spettatore per amore del racconto.
Oggi chi lo farebbe?
Penso che le commedie italiane di un tempo si differenzino da quelle attuali soprattutto per questo:
La lentezza, i difetti, lo srotolarsi dei personaggi davanti ai nostri occhi con i loro limiti e la comicità che deriva solo dall’aderenza alla vita reale.
Salvo le dovute eccezioni, credo nessuno osi più portare sullo schermo scene poco pulite, perché attualmente il perfezionismo ha preso piede anche nelle nostre vite, rendendoci tutti poco affini a vedere scene sporche e quindi molto “umane”.
Non si accettano più errori, nemmeno se a farli è il salumiere del quartiere.
Qui un estratto dalla scena in questione, che non poteva mancare.
Augusto: Io e te dovemo fa’ un ber discorso… Me devi dire, se non so’ troppo
indiscreto, m’hai da di’ che cazzo voi da mi’ fija?
Sergio: In che senso?
Augusto: In che senso? Io c’ho ’na fija sola e non me va che va presa in giro.
Sergio: Ma io mica la prendo in giro, anzi…
Augusto: Bè, mo’ te vojo riccontà un fatto che m’è successo ieri.
M’ha detto: “A papà, me porti a compra’ ’n par de scarpe a via Veneto?”. Capirai, a me me s’è allargato er core, io e mi’ fija a via Veneto, guai chi me ’a guardava. Mentre se stava a guarda’ ’a vetrina dee scarpe, passano du’ giovanotti e dicono ’na frase che a me nun m’è piaciuta. Io me giro e je dico: “A cornuto! Vie’ qua, a cornuto!”. È venuto, tutto spavardo, er più grosso, m’ha dato ’n cazzotto ’n bocca, me lo so’ guardato, ho sputato, j’ho detto: “Manco er sangue me fai uscì, a cornuto, in guardia!”. J’ho dato ’n destro ’n bocca, m’è cascato per tera come Gesù Cristo, j’ho rotto er setto nasale, j’ho frantumato le mucose e je dicevo: “Arzate, arzate, a cornuto, arzeteeee!!!”, j’ho detto. Pieno de sangue per tera, a ettolitri. Nun s’è arzato, me lo so’ guardato, me so’ girato, me so’ risistemato ’a giacca, m’ha detto: “Papà, ch’è successo?”, ’a mi fija, “Niente, due de passaggio, ’namo a compra’ ’e scarpe!”, j’ho detto.
[Carlo Verdone e Mario Brega da Borotalco, 1982]