
Da venticinque anni il Venezuela vive sotto un assedio che non ha precedenti nella storia recente dell’America Latina.
Non è un conflitto nato ieri. Non è un incidente. È il risultato di un quarto di secolo in cui una superpotenza ha tentato in ogni modo di piegare un popolo che ha osato dire: “La nostra sovranità non è in vendita.”
Tutto comincia nel 1999, quando Hugo Chávez rompe un ordine che sembrava eterno: quello di un Venezuela docile, sottomesso, ridotto a pompare petrolio a basso costo per gli interessi di Washington.
Chávez dà voce agli esclusi, redistribuisce ricchezza, riforma la terra, tocca il cuore del potere: il petrolio.
E da quel momento, per gli Stati Uniti, il Venezuela diventa un problema da “correggere”.
Nel 2002 arriva il golpe: 47 ore di colpo di Stato, con funzionari statunitensi in contatto diretto con i cospiratori.
Fallisce.
Il popolo scende in strada, le forze armate restano fedeli alla Costituzione, e Chávez torna al suo posto.
Ma da lì in avanti, l’assedio cambia forma: sabotaggi economici, scioperi pilotati, attacchi informatici, violenze di piazza organizzate e finanziate dall’esterno.
Poi arrivano le sanzioni, l’arma più crudele.
Sanzioni che colpiscono il petrolio, le banche, l’oro, i medicinali, il cibo.
Sanzioni che, secondo studi indipendenti, hanno provocato decine di migliaia di morti evitabili.
Una guerra economica travestita da “difesa della democrazia”.
E quando le sanzioni non bastano, si passa ai tentativi di invasione:
– l’operazione Guaidó,
– i mercenari della Baia di Macuto,
– le pressioni internazionali,
– le campagne mediatiche costruite per delegittimare un governo che non si piega.
Eppure, nonostante tutto questo, il Venezuela non è crollato.
Ha resistito.
Ha costruito alleanze internazionali.
Ha rafforzato il potere popolare.
Ha continuato a votare, a discutere, a organizzarsi.
Ha dimostrato che un popolo può sopravvivere a un assedio totale se ha dignità, memoria e coscienza.
Negli ultimi anni, l’escalation è diventata militare.
Task force navali, minacce di intervento diretto, classificazioni arbitrarie di “terrorismo”, fino agli attacchi e al rapimento del presidente Maduro.
Un atto gravissimo, che mostra fino a che punto gli Stati Uniti sono disposti ad arrivare pur di spezzare un Paese che ha scelto un cammino diverso.
La verità è semplice:
la guerra contro il Venezuela non è solo contro Caracas.
È contro l’idea stessa che un Paese del Sud del mondo possa decidere da solo il proprio destino.
È un messaggio rivolto a tutti i popoli che non accettano più di vivere nel “cortile di casa” di nessuno.
Per questo, parlare del Venezuela oggi significa parlare di noi.
Della nostra libertà.
Del nostro diritto a un mondo multipolare, dove nessuna nazione impone la sua volontà sulle altre.
E allora, non si tratta solo di solidarietà.
Si tratta di scegliere da che parte stare nella storia.
Con chi difende la sovranità dei popoli,
o con chi vuole decidere al posto loro.
(Adam Amedeo Fosso)