
«Sono arrivato in scena con le gambe che si piegavano, gonfio di whisky per vincere la tachicardia, come mi aveva consigliato Marco Ferreri, ho preteso un leggio per i testi, ”Arturo Benedetti Michelangeli”, mi dicevano – “suona a memoria, senza spartito”.
Mi vedevo di fronte i giovanotti bene, i playboy con le loro fighette, i figli di papà con le camicie a fiori, i Rolex al polso e un’assoluta assenza di empatia.
Io cantavo e loro sbicchieravano, poi applaudivano, e questo mi irritava ancora di più. Venivano per poter dire ”io c’ero”, avrei potuto cantare la “Vispa Teresa” e sarebbe stato lo stesso, così quando mi chiedevano “Marinella” io attaccavo “Il Bombarolo” o “La Canzone del Maggio”. E quando venivano a congratularsi dicevo:”Sono contento di averti rapinato tre mila lire, ora so io a chi darle, agli anarchici o ai maoisti, miei amici, non sono mica Benedetti Michelangeli».
Fabrizio De André